L’INTRATTENIMENTO CONVERGENTE DI THE MATRIX

•23 aprile 2010 • Lascia un commento

Esempio per eccellenza delle modalità di interazione emergenti dato dalle narrazioni cross-mediali è The Matrix, straordinario film di fantascienza vincitore di numerosi premi, tra cui quattro Oscar.
The Matrix è intrattenimento per l’era della convergenza mediatica. In esso molteplici testi sono integrati in una trama narrativa così complessa da non potersi dipanare attraverso un singolo mediun. I fratelli Wachowski hanno condotto magistralmente il gioco transmediale, prima facendo uscire il film per stimolare l’interesse e concedendo qualche raro fumetto sul Web ai fan più accaniti e più curiosi, poi lanciando l’anteprima animata della seconda puntata e contemporaneamente il gioco per computer, così da sfruttarne la pubblicità. Infine, hanno chiuso il cerchio con The Matrix Revolutions e affidato tutta la mitologia prodotta nelle mani dei giocatori del gioco multiplayer online. Ogni gradino della scala sfrutta tutto quel che è venuto prima e offre nuovi punti d’ingresso.
The Matrix è anche intrattenimento per l’era dell’intelligenza collettiva (termine coniato dal cyberteorico francese Pierre Lévy nel suo libro “L’Intelligenza Collettiva“).

The Matrix visto quindi come esempio di narrazione trans mediale, ovvero come  una storia raccontata su diversi media, per la quale ogni singolo testo offre un contributo distinto e importante all’intero complesso narrativo. Nel modello ideale di narrazione trans mediale, ciascun medium coinvolto è chiamato in causa per quello che sa fare meglio – cosicché una storia può essere raccontata da un film e in seguito diffusa da televisione, libri e fumetti;  il suo mondo potrebbe essere esplorato attraverso un gioco o esperito come attrazione in un parco-divertimenti.

La narrazione è divenuta sempre più l’arte della creazione di mondi, dal momento che gli artisti creano ambientazioni affascinanti non completamente esplorabili e non concluse in un unico lavoro o su un singolo medium. Il mondo è più grande del film, e perfino del franchise, dato che le elaborazioni e le congetture dei fan lo espandono in varie direzioni.

Sempre più consumatori si divertono a partecipare alle comunità del sapere online e ad ampliare la loro conoscenza personale, combinandola con l’intelligenza collettiva del gruppo.

ALT.TV.TWIN PEAKS COME INTELLIGENZA COLLETTIVA

•23 aprile 2010 • Lascia un commento

Henry Jenkins, Professore di Letteratura al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e Direttore del Comparative Media Studies Program, considera alt.tv.twinpeaks un primo esempio di quel che il cyberteorico francese Pierre Lévy avrebbe descritto come una comunità di conoscenze, oppure un’intelligenza collettiva.
Alt.tv.twinpeaks prese ad emergere appena qualche settimana dopo la trasmissione del primo episodio della serie Tv, per diventare rapidamente uno dei gruppi più attivi e prolifici presenti sul sistema informatico.
Come ha spiegato un fan: “la videoregistrazione ha consentito di trattare il film come un manoscritto, onde poterlo analizzare e decifrare”. Ampliando questa suggestiva metafora, la rete informatica consentì l’evolversi di una cultura scritturale intorno alla circolazione e all’interpretazione di quel manoscritto.
La complessità del testo di Lynch, ideatore della serie, giustificava l’assunto degli spettatori secondo cui, a prescindere da quanta attenzione vi ponessero, qualsiasi cosa trovavano era non solo intenzionale, ma parte del progetto narrativo centrale, pertinente o finanche vitale per comprendere i segreti del testo.
La tecnologia della rete consente a quelle che prima erano considerazioni private, come, ad esempio, la formulazione delle teorie che giravano attorno all’identità dell’assassino, di tramutarsi nelle basi dell’interazione sociale.
Nell’economia dell’informazione in rete, la conoscenza equivale a prestigio, reputazione, potere. La conoscenza diviene moneta sonante tramite la sua circolazione online, e quindi c’è la compulsione a essere i primi a far circolare nuove informazioni e tra i primi a possederle.

LOST…the final season

•11 febbraio 2010 • 1 commento

Avevamo pensato di tutto: di trovarci in una realtà parallela, di avere a che fare con un grande esperimento scientifico o ancora di essere in presenza di una specie di purgatorio. Eppure in queste cinque stagioni di Lost J.J. Abrams ha saputo sempre spiazzarci e regalarci nuovi elementi per tenere l’attenzione sempre viva sul suo indiscusso capolavoro, vuoi con l’introduzione dei flash forward, vuoi con piccoli grandi colpi di scena che hanno aperto nuovi affascinanti scenari…

Le aspettative per la serie finale, sono altissime ma come al solito le indiscrezioni finora trapelate su quello che aspetta i nostri naufraghi sono davvero poche. sappiamo che entrerà a far parte del cast un’affascinante new entry. Sheila Kelley (LA Law -Avvocati a New York), che vestirà i panni di Kendal, intrigante quanto scaltra donna legata allo spionaggio ma, soprattutto, ritorneranno tante nostre vecchie conoscenze, gente che credevamo morta e sepolta da tanto tempo…

Ana Lucia, Boone, Shannon, Mr. Eko e ancora Michael, Charlotte, Libby ma soprattutto Charlie: tutti sembrano “ricomparire”per dare il loro saluto alla serie che ce li ha fatti conoscere e amare, anche se non è ancora molto chiara la dinamica del loro ritorno. sappiamo dell’adrenalinica season finale della stagione 5, che Juliet è riuscita a far esplodere la bomba e se è corretta la teoria di Jack avremo una sorta di “reset” e dovremmo ritrovare tutti i nostri losties in procinto di prendere il famigerato volo 815 della Oceanic

Ma sarà davvero così? Non ci è dato saperlo, ma dalle criptiche dichiarazioni che i creatori Carlton Cuse, e Damon Lindelof hanno rilasciato al Comic-Con di San Diego sembra che l’ultima stagione di Lost non mancherà di riservarci sorprese: “La stagione dei viaggi nel tempo è finita, così come quella dei flash forward. Nella sesta stagione faremo qualcosa di diverso…fidatevi di noi!”.

DISPERATE HOUSEWIVES…ecco perchè le casalinghe sono disperate!

•11 febbraio 2010 • 1 commento

“Sono le piccole cose a rendere le donne disperate” -così risponde Marc Cherry, sul sito ABC, a chi gli chiede il perchè del titolo della serie. Insomma, l’obiezione è la solita: non sono mica davvero disperate le quattro protagoniste! Obiezione più volte posta e, sicuramente, nota curiosa del nome dello show. “E’ facile -dice Cherry- vedere la disperazione con la “D” maiuscola, ma spesso non ci si rende conto che sono i piccoli fatti della vita a fare impazzire le donne: bambini che urlano, problemi con il lavoro, mariti che non prestano le dovute attenzioni, la preoccupazione di non avere abbastanza soldi per mandare i figli alla scuola privata. Tutte insieme, queste cose, portano alla crisi, soprattutto se la donna è casalinga“.

Anche nel mondo più ricco ed elegante c’è disperazione, lo sà bene Cherry, che, cresciuto a Orange County, ha deliberatamente scelto di rappresentare questa realtà.
Ovviamente, la serie non è un documentario, ma pura fiction, questo non bisogna mai dimenticarlo. E’ fiction, assolutamente ben fatta. I tempi comici vengono brillantemente rispettati, le battute arrivano al momento giusto e le gag hanno successo. La risposta è sagace, spontanea, anche se perfettamente costruita; è una comicità che premia l’intelletto, non è volgare, non è stupida, spesso è assurda, a volte spiazante, ma sempre intelligente. Forse, dato il lusso e la bellezza delle protagoniste, è difficile cogliere quello che dice Cherry, ma Desperate Housewives insegna: mai fermarsi all’apparenza!

The Mentalist…Patrick Jane troverà John il Rosso?

•11 febbraio 2010 • 1 commento

L’aria sorniona dell’australiano Simon Beker dà una buona ragione in più per guardare The Mentalist, a che avesse perso la prima stagione. Il protagonista di questo insolito poliziesco, Patrick Jane, si unisce alla squadra investigativa federale del CBI, in qualità di consulente.

Le sue doti empatiche gli permettono di leggere le intenzioni e le emozioni degli interlocutori, e, di incastrare il criminale di turno con trucchetti mentali a dir poco geniali nella loro natura elementare. Le prove, gli indizi e i sospettati non bastano se non si trova la giusta connessione per risolvere il caso e, Jane, ferito nell’orgoglio di prestigiatore un pò cialtrone, decide di usare le proprie potenzialità per servire la giustizia.

Non lasciatevi ingannare: non siamo davanti ad un filantropo nè ad un supereroe, ma ad un narcisista in cerca di vendetta. Uno spietato killer, John il Rosso, ha sterminato per vendetta sua moglie e sua figlia e Jane è finito in cura psichiatrica. Una volta ripresosi dall shock ha pensato di sfruttare il suo dono per accedere ad informazioni riservate e risalire al colpevole, risolvendo parallelamente nuovi casi.

Ma cosa succederà nella seconda stagione?

I “cattivi” ascolti di Fringe

•11 febbraio 2010 • Lascia un commento

Papà J.J.Abrams è un pò preoccupato: la sua creatura, Fringe -spostata in un infausto giovedi sera- non viene premiata dagli ascolti.

Per J.J non è una novità: in quella serata la “giovane” serie si deve scontrare con le ben più consolidati Grey’s Anatomy (ABC) e CSI (SBS). Insomma, la scelta della FOX, per Abrams -e non solo- era un suicidio annunciato. Il network è comunque molto solidale con Fringe, che lo scorso anno era partita alla grande, ma ovviamente questo è confortante fino a un certo punto. Frige, per ora, non è a rischio cancellazione, ma se gli ascolti non risalgono, la sua vita sarà sempre più dura. Solo due dati incoraggiano Abrams: i dati DVR e le critiche positive! La gente Fringe la guarda, ma non in diretta!

United States of Tara…la donna che visse più volte

•11 febbraio 2010 • Lascia un commento

C’è un bel via vai di gente in casa Gregson, Tara e Max -mamma e papà, i due figli adolescenti Kate e Marshall, zia Charmaine e poi T, Alice e Buck. Ecco, questi ultimi tre personaggi creano un pò di scompiglio. T è una ragazza piuttosto sfacciata, disinibita e accanita consumatrice di sostanze non proprio lecite. Alice invece è tanto rassicurante da risultare un incubo: una perfetta casalinga tutto casa e chiesa, manco fossimo negli anni ’50. Buck è una pianta grane. Quando c’è T, per fortuna, non ci sono in giro ne Alice ne Buck e lo stesso discorso vale per questi ultimi due: se è presente uno degli ospiti, sono assenti gli altri due. Quel che è certo è che a turno, T, Alice a Buck si fanno vivi dalle parti della cucina dei Gregson e ogni volta che si aggirano tra frigorifero e divano Tara (la padrona di casa), è altrove…

Il motivo per cui T, Alice e Buck non stupiscono e non annoiano più di tanto i Gregson è (almeno apparentemente) bizzarro: tutti e tre hanno in comune il corpo di Tara. Perchè Tara Gregson soffre di disturbi della personalità e ogni minimo stress spalanca la porta ad uno dei tre individui sopracitati. Loro vanno e vengono e nei momenti di quiete e normalità c’è solo Tara. Piuttosto che curare i suoi problemi con le medicine, tara preferisce convivere con gli altri suoi “io”, a mo’ di stato confederato: gli United States of  Tara, appunto, titolo della serie. Il telefilm prodotto da Showtime (Dexter, Californication, Weeds), ha due genitori d’eccezzione: Steven Spielberg, ideatore della serie e Diablo Cody (l’ex spogliarellista autrice di Juno) sceneggiatrice della storia. Il ruolo di Tara (e dei suoi alter-ego T, Alice e Buck) è stato affidato a Toni Collette che quest’anno per l’interpretazione della protagonista si è aggiudicata un Emmy. Al suo fianco, John Corbett (uno dei fidanzati seri di Carrie in Sex & the City) nel ruolo di Max.